E' arrivato il momento di traslocare i miei a casa nostra. Non era più sostenibile che mio padre gestisse da solo(coadiuvato solo da una ragazzetta che viene a fare le pulizie al mattino)la malattia di mia madre. Così grazie ad un'offerta fatta da Lucia tanto tempo fa, ora li porteremo da noi. In casa c'è una stanza con il bagno pronto per loro e una badante (speriamo che non abbia preso miglior consiglio di trovare altri lidi).
Intanto siamo a Napoli. La malattia procede, avanza, anche perchè nè a mio padre nè alla ragazzetta è venuto in mente di trattare mia madre come un essere umano. Non riesco a dar loro torto però. Non parla più, la tengono sempre seduta su una sedia da giardino con lo schienale alto e per la maggior parte del tempo lo sguardo è vuoto ed insegue chissà cosa.
Le gambe elefantiache sono due pesantissime giare piene d'acqua che ella trascina con difficoltà enorme e la pelle, che non esiste più, è ridotta ad uno sfasciume di croste gommose verdi e marroni con i segni di muffe e funghi.
Come la corteccia di un albero.
Un tempo per malattie come questa c'era solo il manicomio. Oggi i farmaci hanno riproposto in forme socialmente accettabili la disumanità , la costrizione, la coattività del manicomio. Alzheimer è il suo nome.
Si esprime con la vivideza degli occhi, di quando in quando con un mugugno o con una parola scomposta dai suoni lunghi disarticolati.
A Napoli non c'è nulla che aiuti i malati di questo genere. Ma di certo non mi aspettavo che in un posto in cui si sia dovuto aspettare un postfascista che ci pulisse il culo dalla monnezza di secoli, vi si trovasse un aiuto.
Questa è una terra dalla quale non si può fare altro che scappare. E così ho fatto io. Ed ho fatto bene.
Da noi abbiamo trovato qualcuno. Ma la malattia non vuole vederla nessuno.
I parenti ci hanno allontanato tutti. Non sanno neanche che stiamo per andarcene. Forse pensano che mia madre stia per morire e che quindi qualunque parola sia inutile.
O sono solo indifferenti.
Bisogna farla alzare dalla sedia, condurla in bagno tenendola per le mani e sostenendole la schiena e poi bisogna spogliarla. Tutto via. La camicia da notte, il vestino che porta; solo il pannolone resta, la schiena curva, la testa infossata tra le spalle evanescenti, ogni dignità buttata al vento, solo la devastazione della morte che incombe.
A sistemarla sulla sedia per la notte ci ho pensato io. Per me il suo peso non è un problema, ma per proteggerla dalla perdita di equilibrio l'ho stretta fra le braccia. Mi è sembrato un'ombra di commozione le attraversasse gli occhi altrimenti immobili.
Intanto siamo a Napoli. La malattia procede, avanza, anche perchè nè a mio padre nè alla ragazzetta è venuto in mente di trattare mia madre come un essere umano. Non riesco a dar loro torto però. Non parla più, la tengono sempre seduta su una sedia da giardino con lo schienale alto e per la maggior parte del tempo lo sguardo è vuoto ed insegue chissà cosa.
Le gambe elefantiache sono due pesantissime giare piene d'acqua che ella trascina con difficoltà enorme e la pelle, che non esiste più, è ridotta ad uno sfasciume di croste gommose verdi e marroni con i segni di muffe e funghi.
Come la corteccia di un albero.
Un tempo per malattie come questa c'era solo il manicomio. Oggi i farmaci hanno riproposto in forme socialmente accettabili la disumanità , la costrizione, la coattività del manicomio. Alzheimer è il suo nome.
Si esprime con la vivideza degli occhi, di quando in quando con un mugugno o con una parola scomposta dai suoni lunghi disarticolati.
A Napoli non c'è nulla che aiuti i malati di questo genere. Ma di certo non mi aspettavo che in un posto in cui si sia dovuto aspettare un postfascista che ci pulisse il culo dalla monnezza di secoli, vi si trovasse un aiuto.
Questa è una terra dalla quale non si può fare altro che scappare. E così ho fatto io. Ed ho fatto bene.
Da noi abbiamo trovato qualcuno. Ma la malattia non vuole vederla nessuno.
I parenti ci hanno allontanato tutti. Non sanno neanche che stiamo per andarcene. Forse pensano che mia madre stia per morire e che quindi qualunque parola sia inutile.
O sono solo indifferenti.
Bisogna farla alzare dalla sedia, condurla in bagno tenendola per le mani e sostenendole la schiena e poi bisogna spogliarla. Tutto via. La camicia da notte, il vestino che porta; solo il pannolone resta, la schiena curva, la testa infossata tra le spalle evanescenti, ogni dignità buttata al vento, solo la devastazione della morte che incombe.
A sistemarla sulla sedia per la notte ci ho pensato io. Per me il suo peso non è un problema, ma per proteggerla dalla perdita di equilibrio l'ho stretta fra le braccia. Mi è sembrato un'ombra di commozione le attraversasse gli occhi altrimenti immobili.
postato da: amalfitano alle ore 19:19 | Permalink | commenti
categoria:alzheimer, trasloco, nuova vita, dolori e affini, filtro di carta
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