sabato, 11 ottobre 2008
Mia madre è morta il 6 settembre 2008 alle 5.45 del mattino e da allora non ho avuta ancora il coragio di scriverlo. Segue uno sfogo giusificato.

Ci hai sbattuto la porta in faccia alle cinque del mattino del 6 settembre, una giornata nella quale spiravano ancora gli aliti dei venti caldissimi della trascorsa estate. Il cielo era grigio, o azzurro acqua ed io devo aver pensato che era bello come il mare e fresco lassù dove te ne eri andata e che c’era tanta aria, tutta l’aria del mondo e tutta per te.
Giacevi nel letto d’ospedale con gli occhi spalancati e la bocca aperta come a rincorrere il respiro un’ultima volta. Le tue vicine di letto erano terrorizzate, chissà come saranno stati i tuoi ultimi istanti, chissà alla fine che versi avrà cacciato la tua gola, tu che sei sempre stata così rumorosa nelle malattie.
Durante gli ultimi dieci giorni della tua vita la piaga da decubito sacrale spessa e nera come una lastra di ferro si era infettata. A nulla è valso il girone nel supplizio degli antibiotici, delle medicazioni con la soluzione fisiologica e con ferri chirurgici e le fasciature che ti praticava l’infermiera. Né la pulizia personale metodica e sicura cui ti sottoponeva Fernanda ogni mattina e alla quale la malattia ti consentiva solo di dedicare uno sguardo o uno sprazzo di sorriso.
Quanto è serena e luminosa la vita, mamma, quanto sono chiari e definitivi gli oggetti quando per un istante veniamo sfiorati dalla morte. Quanto è difficile il dolore. Quanto sono difficili le parole. Da bambini apprendiamo che le cose che ci circondano esistono, hanno un nome, una loro storia e un posto nel quale di solito stanno. E il passaggio dall’oggetto al suo nome è un salto straordinario per la mente di un piccino. Ma le parole sono difficili e bastarde ed hanno combinazioni codificate che talvolta sfuggono.
L’infezione ha richiesto al tuo corpo già debilitato uno sforzo maggiore per combattere i suoi assalti. Il cuore ha battuto più forte e il respiro è diventato affannoso e acquoso. Le parole sono difficili, non chiedermi di spiegarmi meglio. Sembrava che ti avessero versato un litro d’acqua direttamente in gola.
Il volto era coperto da una mascherina per l’ossigeno e i tuoi occhi guardavano scialbi e appannati dall’affanno il neon del soffitto. Stringevi la mano destra alla mia, ma forse era solo un riflesso. Non avevi che i riflessi fondamentali, dicevano i medici, la respirazione, la suzione e la minzione. Del complesso groviglio di energie, pensieri, rapporti che sei stata, era rimasta un fagotto che la pipì in un catetere. La malattia ti aveva reclusa in un’armatura di carne di cui ti era stato sottratto il controllo.
Fino a che ti sei ribellata e sei scappata, come da piccola sei scampata alla morte, poi da grande a tuo padre, poi al dolore successivo alla mia nascita e al distacco del mio matrimonio.
Non hai aspettato che il mio piano andasse in porto.
Non ci hai aspettato. Non ci hai salutato.
Si vede che sapevi di poterci lasciare soli.
postato da: amalfitano alle ore 14:02 | Permalink | commenti (6)
categoria:sono fuori, alzheimer

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