domenica, 24 agosto 2008
Da quando sono arrivati a Roma i miei genitori trascorrono esistenze separate. Mia madre nel letto, imbracata in due pannoloni, lo sguardo assente appuntato in un punto indefinito, le gambe incancrenite, arrossate dalle medicazioni di amuchina e . Mio padre in giro per casa bianco e curvo scolorito nei pensieri e nella gioia di vivere.
Quando c'è da cambiare il fagotto nessuno di noi sa più cosa deve fare.
Lo so che queste cose capitano ai grandi e sono i grandi che le devono affrontare, ma io invidio tanto i ventenni.
Dico parole inutili.
Devi fare attenzione.
Spesso il fagotto piscia anche fuori dai pannoloni e allora devi cambiare tutto. E il fagotto è pesantissimo, è pieno di stracci sporchi, muscoli e nervi esangui e organi molli e inutili. E se lo giri sul fianco le troppe piaghe da decubito urlano di dolore.
Siamo in tre. Uno regge le ulcere delle gambe, l'altro da una parte rigira il corpo e il terzo le solleva il busto e lei si lamenta. Il corpo potrebbe scivolare sulle traverse e precipitare al suolo, il rischio c'è, anche perchè ognuno di noi non vuole vedere, non vuole guardare piaghe e disgrazie di quel povero corpo e si attiene strettamente alla propria funzione.
Sento che sta scivolando dal letto. Lei invoca la madre, io raccolgo la forza nelle braccia e nella testa e mi dico che posso vincere quel corpo malato, che posso avere la meglio su quel corpo che si avvia alla morte io che sono la vita. La sua vita. Sostengo il busto con le braccia espingo i fianchi con un ginocchio sul materasso. L'operazione mi riesce e il suo volto si modifica in una smorfia di scampato pericolo.
Tre cuscini sotto la testa, un altro cuscino sotto le gambe.
Lei ha già gli occhi spalancati e vitrei di sempre, ora non si ricorda più cosa è successo. Ed anche noi vorremmo dimenticare.
Così ci affrettiamo ad allontanarci dalla stanza.
Alda Merini raccontò che una volta vide chiaramente la morte e che era semplicemente terrificante. E' vero.
Dove andrà mia madre quando non sarà più su questa terra?
In quale pozzo senza fondo scivolerà giù?
Mi piacerebbe se tutto finisse con la sepoltura, senza angeli e battaglie celesti.
Mi sentirei più tranquillo.
domenica, 17 agosto 2008
Il mio silenzio (per chi se ne fosse accorto) non è stato imposto da un'improvvisa possibilità di vacanza subito sfruttata, ma è caduto proprio nei giorni del trasferimento dei miei a Roma ed è stato causato da ciò che racconterò.
Mia madre sputacchiava dalla caviglia destra vermetti bianchi e uggiolanti e liquido fetido e dolciastro. Ho voluto che fosse portata al Pronto Soccorso. Lucia l'accompagna in ambulanza, mio padre ed io abbiamo preso l'autobus perchè nessuno di noi guida.
Al Pronto Soccorso i medici si sono rifiutati di medicarla e di ricoverarla e se Lucia non gliene avesse dette quattro, se non se li fosse mangiati vivi, quei pezzi di bestie non l'avrebero nemmeno guardata.
Un giovane chirurgo ha anche chiamato il direttore sanitario che sceso dai piani alti preceduto dalla sua monumentale panza da dirigente, scoccata un'ochiata alla massa di mia madre spinta a forza su una barella, ha dichiarato, fissando un punto imprecisato nello spazio, che la donna non era da ricoverare. Le sue condizioni non richiedevano particolari cure ospedaliere, non era possibile operare nè intervenire con un'amputazione, e le medicazioni di cui la paziente necessitava erano anche domiciliari. Ci rivolgessimo alla A.S.L.
Esteso a tutti un ampio saluto pastorale, il luminare si era ritirato da dove era apparso.
Il giovane chirurgo ci allontana e contravvenendo all'ordine del luminare, la medica. Ci dirà dopo di averlo fatto per aiutarci. Poi mi riconvocano nell'ambulatorio. Chiede spiegazioni.
Allora io mollo i freni. E racconto. E racconto del medico curante che non la visita mai, della geriatra della A.S.L. che duante ogni sua visita le ha solo misurato la pressione, i battiti e dopo aver guardato le gambe scuote la testa dicendo 'eh queste gambe, queste gambe come dobbiamo fare...?' E gli dico che nessuno l'ha curata, e che quello stato era causa della cattiva coscienza delle strutture sanitarie che sono piene di ignoranti ed incompetenti. Allora il chirurgo, dopo aver dato piglio ai sensi di tutta la sua indignazione, afferra un ricettario e scrivendo medicinali, descrive il tipo di intervento di medicazione che bisognerebbe praticare a mia madre. Si raccomanda di farla stare stesa e di trovare una casa di cura.
Cosa facilissima da fare in pieno Agosto in qualunque luogo d'Italia.
[continua]
domenica, 10 agosto 2008
di J.L.Borges
Con che cosa potrei trattenerti?
Quel che ho da offrirti son povere strade, tramonti scorati, la luna dei cenciosi sobborghi.
Ti offro i miei avi, i miei morti, gli spiriti che i viventi hanno onorati nel marmo: il padre di mio padre ucciso sul fronte di Buenos Aires con due pallottole nei polmoni, morto barbuto che i suoi soldati avvolsero in una pelle di vacca; il nonno di mia madre che appena ventiquattrenne guidò una carica di trecento uomini in Perù, fantasmi ormai su cavalli dileguati.
Ti offro quanto possa esserci nei miei libri e la mia vita avere di dignità e sprezzatura.
Ti offro la fedeltà d’un uomo che non è mai stato fedele.
T’offro il nocciolo di me che ho potuto salvare: il centro del cuore che non consiste in parole, non si baratta coi sogni e che tempo, gioia, avversità lasciano intatto.
T’offro spiegazioni di te, teorie su te, vere e sorprendenti notizie che ti concernono.
Posso darti la mia solitudine, le mie tenebre, la fame del mio cuore; tento di allettarti con l’incertezza, il rischio, la sconfitta.
domenica, 10 agosto 2008
Non state a chiedermi quando tutto questo sia sucesso, non me lo ricordo più. I giorni e le ore le ho perse nel tempo, forse per strada, non so dove siano finiti.
Quando mi accorgo che tra i passi lenti tra i piedi inconsapevoli di mia made sbottano gocce di liquido marrone dall'insopportabile odore dolciastro e si agitano vermi bianchi uggiolanti perchè strappati al loro pasto, urlo che bisogna andare al Pronto Soccorso.
Mio padre non capisce. Lucia mi guarda con gli occhioni azzurri cerchiati di rosso.
Io insisto. La situazione si è rotta, mamma si è aggravata. Improvvisamente tutti vediamo per la prima volta le gambe di mia madre seduta sulla tazza del cesso storta come una bambola rotta. Metà del corpo è marrone e verde e grigio, chiazze rosse di sangue a grumi si nascondono fra le piaghe muschiose. Un'enorme disgustosa piaga taglia ciò che resta del tallone a metà . E' di là che il corpo ha espulso i vermi, gli invasori, i parassiti.
Sostengo che al Pronto Soccorso qualcuno ci dirà qualcosa. Ci sono i medici. I medici sanno cosa dire e sanno che succede.
Mio padre confuso e nel panico chiama il 118. Si altera, discute, chiede che qualcuno venga a pulire mia madre. Chiede che l'ambulanza ci riaccompagni a casa. In breve la discussione finisce in un litigio.
Chiedo a Lucia di chiamare la Croce Rossa.
Con invidiabile presenza di spirito e determinazione Lucia spiega all'uomo dall'altra parte del filo di cosa abbiamo bisogno e che problema ci sia. Ci vengono a prendere in mezz'ora, ci portano dove vogliamo per euri 40. Aspettano per euri 40 l'ora, ci riaccompagnano per altri euri 40.
Li aspettiamo.
L'ambulanza s'infila nel parco senza strombazzare. Arrivano in tre. Un uomo che divora gli scalini dell'ingresso con una barella spinale in mano e due donne. Si muovono leggeri, sono tre fantasmi. Gli sono grato per tanta discrezione.
Sollevano mia madre dalla poltrona, stendono la spinale sul letto ce la fanno rotolare sopra. Così la imbracano. Fasce gialle a strappo le percorrono il corpo, si incrociano sul petto, discendono lungo le gambe che una delle due donne ha provveduto a fasciare con due pannoloni arrotolati. Mia madre chiude gli occhi.
Io penso 'prove generali di morte'. Quando non ci sarà più la vedrò così. immobile, la pelle ricoperta di cera, gli occhi immemori chiusi.
Non ce la fanno a trasportarla giù. Chiedono di chiamare qualcuno in aiuto. Capiscono il nostro disorientamento.
Arriva qualcuno.
La barella monta sull'ambulanza. Lucia l'accompagna. Mio padre ed io non abbiamo più la macchina. Aspettiamo l'autobus.
Andiamo in ospedale con l'autobus.
Nella stanza dalle pareti grige del piccolo Pronto Soccorso c'è aria di tensione. Una concitazione da dopo scontro. Dentro uno stanzino, le gambe scoperte con i pannoloni aperti come regali scartocciati su un lettino verde giace la massa di mia madre.
mercoledì, 06 agosto 2008
Cosa ne so io del dolore, di quello vero, di quello di cui soffrono i malati e i moribondi? Quello che puzza e che fa orrore per la sua bruttezza? A me è stato fatto patire un dolore sano, accettabile; il risorgere delle carni, integre, dopo un lungo sonno riparatore. Cosa ne so io di sangue che sgorga dalle ferite vivo e rosso o della polluzione incontrollata di una vescicola di pus che sborra e puzza? Perchè le leggi della pietà non mi hanno insegnato a non disgustarmi di fronte alle manifestazioni reali del dolore come il liquido marrone che le piagule venose di mia madre emettono?
Io non so cosa il mio corpo abbia rigettato come impuro, come presagio che la morte mi avrebbe solo sfiorato. Io ho dormito. Ho solo dormito. E tutto si è svolto di nascosto, nel segreto dei bunker operatori. Tutti hanno taciuto. E medici e infermieri hanno subito dimenticato tutto.
Mia madre mi ha mostrato che anche quando il dolore non fa urlare, puzza, è indegno e avvilente e fa ribrezzo e paura e rabbia.
Ed oggi ho avuto paura che questo trasloco a Roma potrebbe essere per lei l'ultima violenza, temo che possa non farcela o che non voglia trasferirsi.
martedì, 05 agosto 2008
La ragazzetta badante di mia madre si è licenziata e ci ha piantati in asso con una telefonata ieri mattina nella quale ha biascicato due scuse, l'allergia al pelo della gatta, i capelli che le cadono a ciocche, il medico da chiamare.
Mia madre forse ha capito qualcosa, perchè ai miglioramenti dei giorni scorsi sono nuovamente seguiti picchi di assenza celebrale. Ora per farla alzare e condurla in bagno siamo in tre; se mia madre è stanca o non riesce a muovere le gambe si abbandona sui piedi che sembrano colline e tutto il peso precipita tra le braccia di chi la sorregge.
Per buona parte della giornata mia madre ha dormito. Il suo corpo ad un caldo così forte, ha preferito il sonno. Il suo corpo dimentico di se stesso, dimentico di esistere, di esser-ci. Come se ricordare come si parli o come si cammini o anche solo come si muovano i passi fossero nozioni alle quali lei non possa accedere.
Il suo interesse per la vita è scaduto perchè nessuno le ha dato riscontri. Nessuno le ha dato più la gioia di voler vivere.
Perchè bisogna avere il desiderio della vita. Forse chi si ammala di Alzheimer, comincia dall'aver perso buoni riscontri per la propria esistenza. Il malato (o colui che si ammalerà ) sperimenta "sulla" propria mente tutto il peso della propria nullità e sull'inutilità di entrare in rapporto con lui. Ho scritto "sulla" perchè il peso è avvertito come un cerchio insopportabile alla testa.
Il posto di mia madre in cucina accanto al piccolo televisore è caldissimo. Non riesco a trovare un posto migliore. Questa casa non è come la mia. Questa casa è calda ovunque e per tutto il giorno.
Adesso mia madre giace sulla poltrona sulla quale dorme, dopo essere stata lavata e dopo il cambio di pannolone. Le ho messo degli asciugamani di lino sulla seduta e sul poggiaschiena in modo da non avere la sensazione di caldo.
Oggi pomeriggio una o più delle croste che ha sulle gambe si è rotta ed ha gocciolato del pus marrone sul pavimento. Mia madre dormiva.
domenica, 03 agosto 2008
E' arrivato il momento di traslocare i miei a casa nostra. Non era più sostenibile che mio padre gestisse da solo(coadiuvato solo da una ragazzetta che viene a fare le pulizie al mattino)la malattia di mia madre. Così grazie ad un'offerta fatta da Lucia tanto tempo fa, ora li porteremo da noi. In casa c'è una stanza con il bagno pronto per loro e una badante (speriamo che non abbia preso miglior consiglio di trovare altri lidi).
Intanto siamo a Napoli. La malattia procede, avanza, anche perchè nè a mio padre nè alla ragazzetta è venuto in mente di trattare mia madre come un essere umano. Non riesco a dar loro torto però. Non parla più, la tengono sempre seduta su una sedia da giardino con lo schienale alto e per la maggior parte del tempo lo sguardo è vuoto ed insegue chissà cosa.
Le gambe elefantiache sono due pesantissime giare piene d'acqua che ella trascina con difficoltà enorme e la pelle, che non esiste più, è ridotta ad uno sfasciume di croste gommose verdi e marroni con i segni di muffe e funghi.
Come la corteccia di un albero.
Un tempo per malattie come questa c'era solo il manicomio. Oggi i farmaci hanno riproposto in forme socialmente accettabili la disumanità , la costrizione, la coattività del manicomio. Alzheimer è il suo nome.
Si esprime con la vivideza degli occhi, di quando in quando con un mugugno o con una parola scomposta dai suoni lunghi disarticolati.
A Napoli non c'è nulla che aiuti i malati di questo genere. Ma di certo non mi aspettavo che in un posto in cui si sia dovuto aspettare un postfascista che ci pulisse il culo dalla monnezza di secoli, vi si trovasse un aiuto.
Questa è una terra dalla quale non si può fare altro che scappare. E così ho fatto io. Ed ho fatto bene.
Da noi abbiamo trovato qualcuno. Ma la malattia non vuole vederla nessuno.
I parenti ci hanno allontanato tutti. Non sanno neanche che stiamo per andarcene. Forse pensano che mia madre stia per morire e che quindi qualunque parola sia inutile.
O sono solo indifferenti.
Bisogna farla alzare dalla sedia, condurla in bagno tenendola per le mani e sostenendole la schiena e poi bisogna spogliarla. Tutto via. La camicia da notte, il vestino che porta; solo il pannolone resta, la schiena curva, la testa infossata tra le spalle evanescenti, ogni dignità buttata al vento, solo la devastazione della morte che incombe.
A sistemarla sulla sedia per la notte ci ho pensato io. Per me il suo peso non è un problema, ma per proteggerla dalla perdita di equilibrio l'ho stretta fra le braccia. Mi è sembrato un'ombra di commozione le attraversasse gli occhi altrimenti immobili.
venerdì, 01 agosto 2008
Anche quest'anno il mare lo vedrò in cartolina.
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