mercoledì, 30 aprile 2008
Colto dalla disperazione per il pietoso stato di preparazione dei miei alunni maturandi, che per tutto l'anno si sono ben guardati dall'aprire libro, leggere, commentare, studiare e spesso anche essere presenti alle lezioni e spinto dal mio sciocco affetto nei loro confronti, ho detto loro di venire a casa mia oggi pomeriggio per organizzare le loro tesine di italiano e storia e ripetere qualcosa.
Dopo essere stato travolto da un mare di cazzate, battute, oscenità più o meno ermetiche i miei alunni hanno così stabilito:
1. sono a loro disposizione
2. verranno alternandosi per ripetere e farsi interrogare con comodo
3. alcuni (ma non so ancora chi) verranno venerdi
4. nessuno verrà con le femmine perchè quelle vogliono studiare
5. non porteranno "M'illumino d'immenso" perchè non accettano che una poesia di due versi abbia una bibliografia critica infinita.
Credo di essermi lasciato trasportare troppo dai miei sensi di colpa...
martedì, 29 aprile 2008
Al controllo di due giorni fa risulta che sono dimagrito di sette chili.
Ora mi va comodamente quel jeans per obesissimi che negli ultimi tempi mi strizzava dappertutto.
So che non gliene frega niente a nessuno, ma questa non è una buona ragione per non lasciare un messaggio, che so: "non rompere", "e chi se ne...", un colpo di tosse, un cenno di vita.
domenica, 27 aprile 2008
Un ventaglio e un pennello. attorno a questi due oggetti ruota tutta l'azione del primo atto. Anno 1800. Un condannato dalla Stato Pontificio, tale Angelotti, fugge dalle prigioni di castel S. Angelo e si rifugia nella chiesa di S. Andrea della Valle, ove la famiglia Attavanti possiede una cappella privata. La marchesa, sorella del prigioniero, ha lasciato quel ventaglio come segnale per il fratello fuggiasco. Il caso vuole che in quella stessa chiesa stia lavorando il pittore Cavaradosi, volterriano e patriota, ad una pala d'altare (la più famosa e misteriosa della storia della musica lirica giacchè non è mai dato di vederla) raffigurante la Maddalena. E che ad essa l'artista abbia dato le sembianze della bella marchesa Attavanti, intravista il giorno prima pregare presso l'altare della Madonna. Uscito allo scoperto per chiedere aiuto, Angelotti viene soccorso dal Cavaradossi che lo indirizza a nascondersi presso una sua villa suburbana, nel giardino della quale il pozzo sarà un rifugio impenetrabile e sicuro. Un colpo di cannone sparato dal castello denuncia alla città che un prigioniero è fuggito. Il colloquio tra i due viene allora bruscamente interrotto. Dal fondo della navata della chiesa siodea la voce della donna del pittore, la cantante Floria Tosca. Angelotti si dilegua attraverso una porticina segreta nella cappella di famiglia e Tosca avanza verso Cavaradossi in tutta la propria maestosa bellezza. Quanto pia e devota, Tosca è gelosa e sospettosa. E di questa gelosia insanabile e morbosa si approfitta il braone Scarpia per incastrare Angelotti e Cavaradossi e per insidiare la stessa Tosca. La vicenda si chiude tragicamente con la morte di Scarpia per mano di Tosca, l'esecuzione di Cavaradossi per favoreggiamento e il suicidio di Tosca.

L'allestimento romano di quest'anno ad opera di Zeffirelli per la bacchetta diell'ottimo Gelmetti lascia senza fiato per l'iperbolica aderenza a cromatismi ed espressionismi della partitura da parte dell'orchestra e del coro. Il Te Deum finale del primo atto ha un'architettura maestosa e cupa che Renato Bruson sorregge con timbro rabbioso e rispettoso. La tessitura sonora della lunga scena di tortura del secondo atto si scioglie agile tra gli interpreti bene in parte e dalla vocalità abbastanza matura. E' la resa vocale del primo atto che lascia meno convinti. Gli interpreti sono sembrati poco in parte, talvolta dalla vocalità troppo superficiale e oco tragica. Alcuni, tranne il meraviglioso Bruson, erano in scena solo per farsi ammirare per giggioneggiare o per assumere atteggiamenti divistici, poggiandosi ad una vocalità troppo tradizionale e studiata.
venerdì, 18 aprile 2008
Conclusione? non riesco a scrivere. Nemmeno un rigo, non una virgola. Lavoro male, i ragazzi sono stanchi e pregustano l'estate e a me le parole escono a fatica. E' vero che ho saltato una seduta dal Dott. S., ma come potevo abbandonare ieri l'angiologo che, colto da un accesso di intimità e confidenza, mi ha invitato a fumare fuori dal suo studio e mi ha raccomandato di curarmi, di applicare la fasciatura mobile sulla flebite, mi ha invitato a minimizzare l'evento ma a riflettere intorno al momento in cui sottoporsi all'intervento di eliminazione delle varici?
Il trasporto delle sue parole era emozionante.
E non mi ha fatto pagare neanche una lira.
Ai Parioli.
...
Risollevato dallo scampato salasso, sono tornato al centro, fra i mortali e non avevo nulla da dire
venerdì, 11 aprile 2008
Quanta gente al mondo non ha un cazzo da fare.
Sono tutti in chat su Skipe o in giro sul web. ed hanno un'età sanno usare lo strumento informatico.
Ora si parla di sgrullatori e di come si faccia ad intraprendere quest'attività così originale.
Mi si potrebbe chiedere ma allora perchè tu sei connesso a Skipe?
Questo è il mio penultimo giorno di malattia. Oggi è venuto il medico fiscale. Una passacarte che ha riempito una serie di moduli rosa bianchi e blu e ha appena scritto il mio nome, mi ha lanciato un'occhiata obliqua e mi ha lasciato il primo dei moduli, quello rosa.
Ora parlano di politica due napoletanidi sinistra che dicono che non c'è più partecipazione alla vita politica e che tutti si sono chiusi nelle loro case.
E un bel po' di qualunquismo...
giovedì, 10 aprile 2008
Oggi non ho fatto una benemerita cippa.
Sono stato l'intera giornata su Skipe ad ascoltare le conversazioni.
Belle...
Lucia è lontana. Torna tardi.
E che palle!
E non è ancora venuto il medico fiscale.
mercoledì, 09 aprile 2008
Il nonno abitava con la nonna e l'unica sorella che gli fosse rimasta in un parco diuna via isolata del Vomero, chiusi i cancelli del quale tutti noi bambini ci sentivamo al sicuro. allora non c'erano i mostri divoratori dell'infanzia o i folli che infliggevano loro torture indicibili. La casa era una grande casa che aveva il sapore del passato glorioso e nobile di una delle più belle famiglie di Napoli, i cui membri erano ricevuti nei salotti importanti ed andavano a teatro in carozza ed avevano cuochi e giardinieri e perfino un intero palazzo, sempre al Vomero, sull'ingresso del quale troneggiava lo stemma di baroni montato su una cornice di piperno.
Quadri del secolo scorso, l'arazzo a tutta parete che raffigurava un capriccioso Apollo biondo e boccoluto che rincorreva Dafne dai teneri piedi in una vegetazione di cotoni e sete azzurre e una rosa selvatica in piena fioritura di un delicato avorio. I tavoli, le sedie, il troumont, i lampadari di Murano ricordo del viaggio di nozze, le cassapanche intarsiate, le spalliere del letto in radica,l'armadio dagli enormi specchi che riflettevano la luce, le poltroncine dalle fodere di damasco color zafferano, apparivano al mio occhio di bambino sorprendenti ed enormi; finchè Rita, la cameriera, non cominciava le pulizie.
Era difficile spolverare e ramazzare con mio nonno sempre fra i piedi a toccarle il sedere o a tentare di abbracciarla,
martedì, 08 aprile 2008
Racconterò i miei reiterati tentativi di dieta, senza cadere nei plagi di scrivere un'autobiografia della fame.
Per quel che ricordi sono sempre stato a dieta. Non c'è mai stato uno sgaurado di mia madre mentre mi porgeva un piatto di pasta fumante o di mio padre che si affacciava sul suo trogolo stracolmo, che non si sia tradotto all'istante in disapprovazione: "ti dò il tuo piatto ma non dovrei".
"Ti dò il tuo piatto anche ricco, ma tu dovresti stare a dieta"
"Ma guarda che pancia che hai fatto"
"E non mangiare sempre"
In quanto excardiopatico in pectore (nel senso che non ho mai smesso di essere un malato, anche se i medici hanno sempre dichiarato il contrario) e dal momento che sono reduce da due interventi chirurgici correttivi per una malformazione congenita al cuore, dall'esotico nome di Tetralogia di Fallot(sembra un fiore tropicale ma non lo è), l'imperativo categorico di tutta la mia vita è stato quello di non ingrassare.
Solo che io non ero grasso, all'età di sei anni non ero un bambino pingue nè sulla via dell'obesità .
Ma il bisogno di proteggere il cuore malato dall'eventuale appesantimento fisico fu prioritario e schiacciante.
D'altra parte nessuno (nemmeno il luminare che mi operò nel 1974) si aspettava che io vivessi a lungo. I miei genitori temevano la mia improvvisa morte e la prima operazione non fu risolutiva, perchè le condizioni fisiche generali del mio corpo non permisero al luminare di procedere fino in fondo.
E quanto mi è costata questa interruzione.
"Se avessi proseguito, tu non saresti uscito vivo dalla sala operatoria" mi rivelò lui stesso anni dopo.
Nessuno mi ha mai più trattato come una persona normale, dopo.
Ed io stesso non mi sono mai sentito normale.
Un orribile nero demone si era impadronito di me,tanto da impedirmi qualunque gesto, qualunque passo, qualunque gioia. C'è una canzone di De Andrè che miracolosamente riassume questa condizione, quest'impotenza, questa eterna domanda rivolta a se stessi "ma come faranno quei ragazzi che giocano a pallone a non fermarsi a riprendere fiato?".
Infatti: come fa la gente a correre, ad affannarsi tanto per il mondo se io non posso. Vale la pena vivere così, in una bolla d'aria, sospeso tra l'essere e il non essere, tra ciò che è degno di esistenza e ciò che non lo è, così a metà ?
I miei genitori, non vengo da una famiglia benestante, lavoravano entrambi e mi lasciavano in custodia ai nonni.
Il nonno era alto e ben fatto, un sorriso incantevole al centro di un volto rotondo ed accattivante doveva sicuramente averlo aiutato, lui che era un diplomato ragioniere per il rotto della cuffia, nel suo lavoro di venditore di macchine FIAT. Gestiva una concessionaria al Vomero.
Antifascista solido e convinto, aveva messo al mondo 4 figli durante la guerra e tra le detenzioni cautelative in carcere quando il Duce o qualche altro gerarca con tutte le loro marmaglie roboanti venivano in visita alla città di Napoli.
Gli erano sempre piaciute le donne, cosa di cui non faceva mistero ai suoi amici, e che invece riusciva a mala pena a nascondere ai figli e alla moglie. I racconti di famiglia, che mi sono fino all'età di vent'anni, tenuti nascosti, sono pieni di pettegolezzi che raccontano di incontri furtivi con quella o quell'altra sotto un portone e di amori travolgenti per nutrire i quali egli avrebbe speso vere e proprie fortune, lasciando spesso i figli a pasteggiare a noci o a castagnaccio o a ceci cotti.
Si racconta però anche di quando da solo, sotto il pericolo di un bombardamento che puntualmente arrivò devastante come al solito e lo sfiorò lasciandogli un timpano esploso, egli sia andato a piedi dal Vomero a Pianura, che nel '43 non era ancora un quartiere di Napoli, a prendere un carretto pieno di pane e pasta acquistati al mercato nero in cambio della sua seicento grigia impegnata per quel carico. Senso di colpa? Necessità ? non lo so. Non me l'hanno mai detto.
I lutti patiti per la guerra e la fame, le giornate passate nei ricoveri con la paura a fior di labbra sotto le esplosioni delle bombe e il puzzo di cantina e umidità , la promiscuità coatta avevano fatto di lui un uomo innamorato della vita e delle gaiezze che questa concedeva a chi se le sapeva prendere; e chissà che la gravezza degli ultimi anni non fosse dovuta alla presa di coscienza di essersi concesso poco, troppo poco rispetto ai suoi bisogni.
La sua sensibilità passava comunque in mezzo alle gambe delle donne. E tra i fuochi della cucina.
Era un cuoco eccezionale. Il talento e la competenza di un vero artista. Riusciva a rivelare di ogni ingrediente, anche il più comune, il sapore più nascosto, e sapeva creare per noi bambini carezzevoli sorprese infilando nell'impasto di un biscotto o di una torta ingredienti che nessuno avrebbe mai accostato.
Io sono cresciuto alla sua corte di segreti, bugie, donne misteriose e sapori sopraffini fino all'età di dodici anni.
lunedì, 07 aprile 2008
E così anche oggi niente Dott. S., che però mi ha mandato un numero di cellulare al quale rintracciarlo. Al quale non risponde, finchè trovato il mio numero di casa mi richiama.
Si parla per 7 minuti. Ho la flebite. Non posso muovermi. L'angiologo mi ha prescritto fasciature e palestra.
E lei che farà ? mi chiede
Ci andrò.
Ma quando potrà uscire?
Forse lunedì.
Allora cancello l'appuntamento di giovedì?
Sì. Anche se dovrei vedere il dietologo venerdì...
Vabbè lei mi mandi un messaggio giovedì.
Lo farò. Visto quanti ordini ha ricevuto in questi giorni? Io, il dietologo, l'angiologo...tutti vogliono che lei vada in palestra.
Che culo!
Stia bene
Anche lei.
Clic
...
domenica, 06 aprile 2008
DA OGGI CI SIAMO VERAMENTE TUTTI.
E' TORNATA ANCHE ELSA, IL MIO GATTO.
ORA GIRA E PRENDE CONFIDENZA CON LA SUA NUOVA CASA
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